Dynasty Warriors: Strikeforce – Recensione PS3/360

A cura di Vampirehunter

La cultura orientale è sempre affascinante e Koei lo sa meglio di noi, dato che dal 1997 porta avanti le proprie serie principali sulla storia di Cina e Giappone.  Il nome della ditta viene generalmente associato a quello della propria serie “Dynasty Warriors” che, dopo più di 10 anni dalla propria nascita, riesce a ritagliarsi una fetta di mercato, anno dopo anno, sempre più ardua.
Dynasty Warriors: Strikeforce (Shin Sangoku Musou MULTI RAID Special in Giappone) è quindi l’ennesimo capitolo dedicato alla serie, più precisamente il secondo spin-off dedicato a Dynasty Warriors 6, che ci riporta indietro nel tempo per farci rivivere le gesta di Comandanti e Generali dell’Antica Cina, in un mix di eventi storici realmente accaduti ed elementi della cultura fantasy orientale:  Il gioco ha inizio con le dinastie Shu, Wei e Wu che partecipano all’insurrezione dei Turbanti Gialli e successivamente alla creazione dei Tre Regni. Le verità storiche e gli elementi di fantasia e di leggenda si intrecciano in una buona narrazione, facile da seguire, facile da trascurare per chi è interessato solo a menar le mani con armature scintillanti e armi esageratamente barocche.
Strikeforce rappresenta un punto di unione tra Dynasty Warriors e Samurai Warriors, dove la struttura del primo titolo viene alterata da elementi del secondo come l’Attacco Musou, che permette di trasformare il proprio guerriero in un “super guerriero divino” in grado di  infliggere più danni, di spostarsi più velocemente e di saltare più in alto.
Anche il sistema di Missioni è ispirato a Samurai Warriors e vicino anche a ciò che Capcom offre in Monster Hunter con incarichi divisi tra obiettivo principale e obiettivo secondario, con una scala di difficoltà che contraddistingue ogni missione, un tempo limite e una ricompensa in denaro e in oggetti extra a seconda degli obiettivi completati.
I potenziamenti da applicare alle armi e la quantità di oggetti utilizzabili in combattimento sono molti, peccato che solo alcuni sono utili ma non indispensabili per le missioni, altri sono solo riempitivi, utili solo per vittorie di misura.
Il gioco non fa focalizzare le attenzioni del giocatore sulla gestione del proprio inventario e su quello dei propri alleati, parte, invece, importante e determinante per la riuscita delle missioni.
La cura, anche blanda, che si ripone sull’equipaggiamento alleato porta i suoi risultati sul campo, con vittorie nette e veloci là dove precedentemente si faticavano, la limitazione sul numero di morti è applicata solo al giocatore, quindi il ruolo di capitano della squadra è efficace in situazioni disperate dove è necessario combattere per molti minuti contro il solito nemico. L’IA dei nostri alleati non è molto evoluta, però riesce ad essere ai livelli di quella dell’IA avversaria ed è in grado di seguire i nostri ordini alla lettera senza creare problemi.
Prendendo atto dell’interessante mix di idee provenienti da svariati titoli, Strikeforce, ancora una volta, si trascina dietro di sè il solito tallone di Achille della serie ovvero il sistema di combattimento, cercando, però, di rimediare sull’IA dei nemici e il level design poco ispirato.
Sarebbe l’ora che i movimenti tipicamente legnosi della serie cominciassero a svanire e che la successione di attacchi durante una combo sia fluida e facile da interrompere; come ultimo punto è tempo anche di dare più spessore alla parata, completamente inutile contro i nugoli di soldati.
La mancanza di combo influisce ancora massicciamente sull’esperienza di gioco trasformandola, di fatto, in un picchia picchia noioso, interrotto solamente da boss che obbligano il giocatore a scegliere anche la via del comandante (facendo attaccare solo gli alleati) e/o utilizzando oggetti in grado di ricaricare velocemente la barra del Musou o incrementando le statistiche del proprio personaggio.
L’IA rimane ancora piatta, quasi ostica durante le prime battute di gioco per chi non è abituato al sistema di gioco ma legata sopratutto all’esperienza dei personaggi una volta imparati i comandi e le meccaniche di gioco. Nessuna strategia utilizzata, stupidamente i soldati si affrettano a correrci contro, gli arcieri non ripongono mai l’arco neanche se ci troviamo in corpo a corpo e gli attacchi dei nemici risultano pochi e banali. Non tutti i boss sono fatti con il buco: ci sono coloro che soffrono atrocemente il rush (l’attacco fulmineo) e che periscono dopo poche battute, altri che grazie alle difese e alla programmazione dei livelli, riescono a rivaleggiare per svariati minuti (grazie alla presenza di altri boss o alle condizione del campo svantaggiose), altri ancora che ci fanno assaporare il brivido della sconfitta (o ce la procurano) con abilità particolari, trasformazioni improbabili, difese molto sviluppate (peccato siano la totale minoranza).
Il level design di Dynasty Warriors: Strikeforce si caratterizza per la divisione in aree di ogni singola missione, nella prima parte di gioco troviamo spesso una successione di quadrati in cui l’ambientazione spazia tra villaggi, fortini e boschi. L’azione si svolge quasi esclusivamente in orizzontale senza troppe pretese. Per fortuna, proseguendo, i livelli variano, vengono introdotti dei labirinti (poco efficaci vista la presenza della mappa) e il gioco comincia sfruttare la verticalità dell’azione, con passaggi da un’area all’altra posti su collinette, armi d’assedio nemiche posizionate su torrette e zone ascensionali per passare da una collinetta all’altra. Proseguendo ancora, il gioco introduce condizioni sfavorevoli  e trappole come ponti sospesi in grado di rompersi, pozze d’acqua avvelenata o pozze d’acqua corrosive. Per non parlare dei livelli dedicati ai boss in cui gli elementi della terra vanno a favore di questi e per eliminare lo svantaggio dovremmo distruggere determinati oggetti come statue o anelli.
Koei Tecmo non è certo famosa per offrire titoli capaci di brillare sotto il punto di vista tecnico, però in campo casalingo è notevole il divario tecnico tra le produzioni orientali e le produzioni occidentali medie.
Dynasty Warriors: Strikeforce soffre molto il passaggio da un handled limitato come PlayStation Portable a due molto più potenti come PlayStation 3 e Xbox 360. I limiti tecnici sono marcati ed evidenti: il motore di gioco è incredibilmente pesante, capace di raggiungere valori in FPS (Frame per Secondo) veramente imbarazzanti (ad occhio e croce 15-20 fps) nelle situazioni più confuse, incapace di donare bellezza e dettaglio alla maggior parte degli ambienti di gioco e agli effetti che li caratterizzano come le cortine di fuoco, le pozze d’acqua o i boschi orientali.
I limiti grafici sono evidenti, ed una pezza cercano di metterla i personaggi utilizzabili ed i boss opportunamente curati, il villaggio in cui presenziamo nel “tempo libero” e dove possiamo acquistare equipaggiamenti ed oggetti, scambiare materiali e depositare oggetti. I filmati di gioco sono girati con la grafica in-game potenziata e peccano di una certa ripetitività.
Il doppiaggio di gioco è altalenante: offre voci interessanti e caratterizzanti per i personaggi, ma scade a volte sugli npc (una bambina che grida come una diciassettenne fa un certo effetto).
Le musiche, invece, sono quasi ottime: il comparto musicale pecca di quantità, ma come qualità siamo su alti livelli con sonorità spiccatamente orientali a volte influenzate da sonorità rock o sonorità elettroniche che aiutano a creare atmosfera durante gli scontri (la musichetta del villaggio vi rimarrà in testa per un pò).
Come una caratteristica, facoltativa o inutile per alcuni, molto attesa da altri è la modalità Online via PlayStation Network e Xbox Live. Si parte dal proprio villaggio da un minimo di 2 giocatori ad un massimo di 4 giocatori, e da li possiamo scegliere una tra le missioni che il gioco offre nella modalità single player.
C’è anche la possibilità di scambiarsi i propri alleati temporaneamente durante le missioni, più appetibili in gruppo, ma minate dalla lag e dai limiti tecnici descritti in precedenza, che sembrano moltiplicarsi con la presenza di più giocatori su schermo, rendendo l’esperienza di gioco frustrante e odiosa.

Conclusioni

Dynasty Warriors non riesce ancora scrollarsi di dosso i soliti pregiudizi fondati e offre ad un’utenza abituata ai blockbuster un prodotto chiaramente low budget più adatto al mercato Digital Delivery che a quello Retail. I problemi che riesce ancora a trascinarsi dietro la serie non sono d’aiuto e nonostante alla Koei la provino in tutti i modi sembra che invece di guardare al problema, continuino a fissarne il dito che lo indica cercando di soppiantare la qualità con la quantità. Koei ha confezionato un prodotto adatto per i propri fan, ma con scarso appeal per il resto del mondo, altra occasione mancata.

GRAFICA: 6
SONORO: 8
GIOCABILITA’: 6
LONGEVITA’: 7
TOTALE: 6,5

+ Cultura e storia orientale
+ Si picchia molto…
– …stupidamente
– IA non all’altezza
– Evidenti limiti tecnici

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